Gl’Italiani, come d’altronde altre popolazioni, stanno pagando un prezzo molto alto nelle loro missioni militari all’estero. In particolare gli episodi di Nassiriya e quello più recente di Kabul hanno davvero colpito l’attenzione dell’opinione pubblica nel nostro Paese e fiumi d’inchiostro hanno costruito moltissime pagine, divise in gran parte tra ricostruzione degli eventi, interviste e commenti. L’indignazione per i morti nelle stragi, unita spesso a tanta retorica di circostanza, ha attraversato i mass-media in lungo ed in largo e tanti si sono affrettati a costruire santuari di un eroismo troppo generico.
Dopo il tempo del dolore per i morti, però, non possiamo abbandonarci a forme di emotività ondivaga e ci dev’essere inevitabilmente il momento in cui si fa strada la necessità di adeguate considerazioni politiche nel senso alto del termine. Al di là di quanto finora è stato scritto sull’argomento, proviamo, dunque, ad esplicitare talune considerazioni che hanno attraversato la nostra riflessione in merito.
Anzitutto è davvero inaccettabile che lo sdegno per le stragi possa prendere un popolo prevalentemente quando è colpito direttamente e mai allo stesso modo quando i massacri interessano soprattutto popoli diseredati.
Lo stesso giorno dell’eccidio dei sei Italiani a Kabul sono stati uccisi molti civili afgani ed a Mogadiscio un attentato ha ammazzato undici persone; eppure di questi altri morti si è appena accennato, come se si potesse fare distinzione tra le persone assassinate e non ricordarle allo stesso modo nel cordoglio.
Grande retorica, come dicevamo, sull’eroismo dei nostri ragazzi nelle spedizioni militari e sulla loro volontà di prendervi parte mettendo in conto anche il sacrificio della vita. Abbiamo enorme rispetto per le scelte esistenziali di ognuno, ma, ahimè, siamo anche persuasi che esse spesso sono dettate da condizioni esterne ed a volte estranee alla volontà della persona. Possibile, allora, che nessuno voglia far riflettere sul fatto che la quasi totalità dei soldati italiani caduti sia proveniente dal Meridione e da classi sociali deboli e che forse la scelta della missione militare all’estero possa essere stata dettata da ragioni di necessità economiche, come appare evidente anche da talune dichiarazioni dei parenti? Al di là delle posizioni personali sul tema dell’uso della forza nella soluzione dei conflitti, ci stiamo interrogando sulla validità delle modalità delle strategie militari nelle missioni che il nostro esercito conduce nei teatri di guerra? Qualcuno si è mai chiesto quali siano i meccanismi psicologici che entrano in gioco nelle scelte dei giovani militari rispetto alle missioni decise dai governi e dagli organismi internazionali? Perché questi ragazzi non dovrebbero poter esercitare il diritto di obiezione di coscienza se non condividono alcune azioni rispetto al dovere dell’obbedienza militare e quando in parlamento si riuscirà ad avanzare una proposta di legge al riguardo?
Come potete vedere non ci occupiamo del falso dilemma relativo al fatto che la presenza degl’Italiani in Afghanistan possa rientrare nella missione chiamata “Enduring Freedom” oppure nell’altra denominata “Peace Keeping”.
L’Italia è comunque in un teatro di guerra ed in una missione nella quale le cosiddette regole d’ingaggio sono determinate dalla Nato e la loro funzione è quella di contrasto e di attacco al terrorismo.
Episodi come quelli di cui ci stiamo occupando dovrebbero indurci a ragionare su quali siano le strategie non violente più valide per eliminare la barbarie del terrorismo e la guerra dalla civiltà umana ed invece da autorevoli fonti ministeriali e dai vertici militari continuiamo a sentir parlare della necessità di un uso controllato della violenza per l’ispezione del territorio e per il ristabilimento delle condizioni di una convivenza pacifica tra le fazioni in lotta nei paesi con conflitti locali. Come si vede sono opinioni che testimoniano come la violenza dell’azione militare è ritenuta condizione essenziale ed indispensabile per la soluzione del conflitto sociale e civile.
C’è poi da interrogarsi sul perché le stesse organizzazioni internazionali si inseriscano in taluni teatri di guerra ed abbandonino a sé stessi altri. Le tante guerre avutesi nel corso della storia evidentemente non hanno insegnato nulla alla politica che continua a tener fuori della sua agenda qualsiasi forma di educazione non violenta e di soluzione pacifica delle contese. Forse c’è da prendere atto molto più semplicemente che la capacità di affrontare razionalmente le questioni aperte nello scenario locale, nazionale ed internazionale è nelle menti di soggetti che non riescono a vedere il mondo in un’ottica di pacificazione definitiva e nulla fanno al riguardo.
D’altronde cosa c’è da aspettarsi ad esempio in Italia da un governo che, come sosteneva don Milani, emana disposizioni per arrogarsi “il diritto di dividere il mondo in Italiani e stranieri” e prima parla di respingimenti verso gl’immigrati e poi li pratica come se non si trattasse di azioni violente ed inique contro esseri umani che fuggono dai pericoli e dai bisogni e chiedono aiuto anche agl’Italiani come questi lo hanno domandato ad altri in passato?
Abbiamo tutti la necessità di indirizzare la politica verso la non violenza e la pace e di dissociarci da leggi e soggetti politici che anche in regimi sedicenti democratici praticano le azioni di forza presentandole ancora come una necessità in tantissime circostanze.
Per tornare all’Afghanistan dal quale siamo partiti, dobbiamo anzitutto prendere atto degli errori politici commessi in passato, quando, estromessi dal potere i Taliban, abbiamo dato il controllo di quel Paese a guerriglieri altrettanto rozzi e corrotti come i Mujahiddin e capire che le tecniche di azione non violenta del conflitto locale per noi occidentali si chiamano aiuti per lo sviluppo della cultura, per il sostegno all’economia e per la creazione di strutture di vita democratica senza il tentativo di imporre ad altri il nostro modo di pensare e di vivere.
Il popolo pacifista, un tempo così attivo ed oggi troppo silente, può fare molto in merito se solo, ad esempio, è capace di mettere in movimento nelle direzioni da noi indicate il mondo del volontariato. Una volta la riflessione su tali questioni, come è accaduto ad esempio per la guerra in Vietnam, riempiva le piazze. Speriamo di sbagliarci, ma oggi osserviamo una sorta di pesante assuefazione rispetto a scelte politiche certamente non condivisibili e sulle quali si dovrebbe tornare ad operare per il cambiamento con una forte ed attiva partecipazione di base.