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Ho partecipato, insieme al vescovo della diocesi di Trivento, mons. Domenico Scotti, al convegno nazionale dei direttori degli uffici di pastorale sociale che si è tenuto ad Assisi dal 19 al 22 ottobre.
Provo a trasmettere una sintesi dei lavori, perché credo che le idee emerse non riguardino solo il mondo cattolico, ma l’intera società italiana.
I temi in discussione sono stati davvero tantissimi ed hanno impegnato ben duecento convegnisti in rappresentanza di novantacinque diocesi su centotrenta che hanno istituito l’ufficio pastorale per i problemi sociali e del lavoro.
Per passare dalla riflessione teorica all’impegno concreto come uffici pastorali per i problemi sociali e del lavoro, sarebbe stato più utile ai momenti centrati sulle relazioni affiancarne altri destinati al lavoro di ricerca di gruppo; rimane tuttavia la grande ricchezza di pensiero espressa nei lavori del meeting.
Le riflessioni, tenute tutte da eminenti docenti universitari, sono partite dal testo della recente enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate” e si sono occupate del governo responsabile della natura, dell’arte del servizio politico, dell’impegno per la giustizia e la pace, della costruzione di un sistema economico pienamente umano, della struttura del lavoro e del suo rapporto con la festa, dell’educazione della persona nello spirito critico e verso la verità, di una pastorale integrata per promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo ed una spiritualità del quotidiano attraverso la preghiera e l’incontro con Dio.
In tutti gl’interventi è stato sottolineato come nella “Caritas in veritate” si cerchi di delineare una riflessione sulla struttura sociale e sull’esistenza umana per dare un senso alla vita degli esseri umani garantendo a tutti un lavoro non solo funzionale, ma capace di esprimere la creatività della persona e di darle dignità.
In un momento in cui la politica in Italia sembra come assente rispetto alle grandi questioni sociali o al più balbetta soluzioni poco convincenti, il mondo cattolico italiano in questa quattro giorni di Assisi dimostra dinamismo, attenzione ai problemi, grande voglia e capacità di ricerca finalizzata al raggiungimento di quel bene comune che sembra stare molto a cuore all’intera comunità del popolo di Dio.
Nelle relazioni tenute e negl’interventi dei delegati diocesani si è tentato di intercettare le sofferenze e le ansie dei poveri e degli emarginati, ma di sostenere anche le speranze dei tanti uomini e donne giusti che si impegnano con coraggio per costruire giustizia e pace in una società in cui purtroppo la struttura economico-commerciale genera ancora discriminazioni e disuguaglianze.
In piena crisi economica, dunque, la Chiesa italiana, alla luce della recente enciclica, prova attraverso la voce di insigni economisti a trovare strade per il bene comune.
L’ambientazione francescana del convegno ed i ricchi momenti di preghiera nelle celebrazioni eucaristiche hanno sicuramente contribuito a porre al centro di taluni interventi i temi della pace e della fraternità ed allora abbiamo sentito il prof. Zamagni affermare che le linee di un sistema economico efficiente vanno ricercate all’interno della logica d’impresa affiancando quella sociale alle altre di tipo capitalistico, ma abbiamo anche colto il passaggio profondo nell’omelia di mons. Domenico Sorrentino che ha parlato di “un’economia della fraternità” ed ascoltato con piacere il prof. Lo Presti sostenere che la fraternità cristiana non può essere sostituita da sinonimi impropri come solidarietà o sussidiarietà e che essa non può essere relativa, ma è sempre universale.
Per delineare un tipo di società corrispondente al principio della condivisione dei beni, così fortemente affermato da Gesù nei Vangeli, provo a schematizzare alcune questioni da me già poste nel convegno di Assisi in un breve intervento in dialogo col prof. Stefano Zamagni.
Abbiamo, come da lui affermato, la necessità di sanzionare come Chiesa l’immoralità della finanziarizzazione dell’economia fine a se stessa, o meglio al profitto ed alla speculazione, di dare al risparmiatore un’alternativa all’attuale sistema borsistico e di orientare invece il sistema economico al miglioramento della qualità della vita per tutti , ma questo è possibile se, seguendo un sistema fiscale più rigoroso, siamo in grado di tassare molto di più le rendite e di spostare i capitali verso gl’investimenti produttivi.
Personalmente credo che per avvicinarci all’eguaglianza ed alla condivisione, idee e concetti purtroppo dimenticati nell’azione politica, abbiamo la necessità di incamminarci verso una ricerca creativa aperta di un sistema economico a misura di essere umano, uscendo possibilmente dall’idea che il sistema capitalistico di mercato, con le sue leggi ingiuste e generatrici di continue disuguaglianze, possa essere definitivo o il solo accettabile.
Molti ad Assisi hanno messo in evidenza la necessità, secondo le indicazioni della “Caritas in veritate” di ridefinire un’antropologia capace di dare senso ed orizzonte alla vita dell’uomo.
Conveniamo perfettamente, ma siamo anche convinti che a livello culturale e politico questo vada fatto rideclinando con chiarezza i diritti umani per tutti i popoli ed affermando con forza quello alla vita, alla tutela della salute piena, alla cittadinanza nel luogo in cui si sceglie di vivere stabilmente, al lavoro secondo logiche di occupazione certa e per tutti.
In questa direzione non può essere la globalizzazione il fine della storia, ma la fraternità e quella civiltà dell’amore che ci sembra così ben delineata nella “Caritas in veritate”.
Al raggiungimento di questo obiettivo ci pare debbano lavorare con una pastorale integrata tutti gli uffici diocesani perché appunto l’amore di Cristo si affermi nella storia.
Nella diocesi di Trivento l’auspicio del vescovo, mons. Domenico Scotti, è quello di portare tra il popolo di Dio la riflessione sui temi dibattuti ad Assisi partendo da una conoscenza della “Caritas in veritate”.
Ci sembra un’ottima idea per far crescere tra i cristiani la coscientizzazione sulla necessità di un forte impegno sociale e politico rispetto ai problemi comuni da risolvere per realizzare il bene comune.

Dopo anni di rinvii la prima commissione, esaminate le proposte di legge n. 153 del consigliere Tony Incollino, n. 155 del consigliere Antonino Molinaro, n. 162 dei consiglieri Danilo Leva, Massimo Romano e Francesco Totano, ha varato un testo unificato di legge regionale concernente lo Statuto della Regione Molise.

La prima riflessione che vorremmo fare è la seguente: la bozza di Statuto è in discussione in consiglio regionale con decine di emendamenti del PDL e dei partiti di opposizione, ma nessuna forza politica si è sognata di portare tale documento in discussione tra i cittadini attraverso assemblee pubbliche o gruppi di studio. È la dimostrazione chiara di quanto la politica ormai sia lontana dal popolo ed avviluppata nella logica del potere e dell’autoreferenzialità. Assistendo ad un tale scollamento tra eletti ed elettori, è difficile continuare a parlare di partecipazione e di cittadinanza attiva se almeno i gruppi politici presenti in consiglio regionale non promuovono alcuna forma di intervento della base nella gestione della Res Pubblica.
Il presente documento, allora, ha proprio la pretesa di iniziare un discorso ed un confronto di base a partire da talune riflessioni che qui proponiamo non come verità definitive, ma quale contributo utile, speriamo, a stimolare un percorso di ricerca aperta sullo Statuto regionale che rappresenta l’insieme delle norme fondamentali che sono destinate a regolare in modo democratico la vita della collettività molisana.
Ci interessa evitare il rischio di affrontare il tema dello Statuto come pura questione di ingegneria istituzionale.
La scelta statutaria ha una valenza di tipo culturale, politico e sociale forte. Dobbiamo combattere ogni ipotesi di limitazione degli spazi democratici e lavorare per favorire un’ ampia partecipazione dei cittadini.

Ovviamente partendo da un documento schematico, ci occupiamo di talune questioni a livello di sintesi con la speranza di fare rete sul territorio e di approfondire l’analisi sulle stesse.

Partiamo, dunque, da talune considerazioni generali.
Sui principi fondamentali del Titolo I in linea di massima si può convenire, purché non restino dichiarazioni d’intenti incapaci poi di generare diritti reali.
Sappiamo bene che talune materie sono proprie dello Statuto e che altre costituiscono oggetto di leggi ordinarie, ma riteniamo anzitutto paradossale definire nel primo la forma del governo regionale, come si fa appunto nella bozza varata dalla prima commissione, senza determinare contestualmente, almeno con impegno formalizzato, l’apparato istituzionale della regione, il tipo e la funzione degli enti subregionali e soprattutto il tipo di legge elettorale che si ha in mente.
La cosa non è di poco conto, perché interessa ad esempio in generale la struttura, l’entità ed il numero degli enti amministrativi locali, ma anche il loro rapporto con i poteri della giunta e del consiglio regionale.

Diciamo questo perché la bozza di Statuto delinea a nostro avviso un potere eccessivo del presidente della giunta regionale con la nomina e revoca degli assessori a sua totale discrezione e quindi senza alcun controllo di fiducia da parte del consiglio regionale, il cui ruolo appare davvero fortemente ridimensionato.
Se a questo si aggiunge che il comma 4 dell’art. 33 prevede che “ la nomina ad assessore comporta la sospensione di diritto dall’incarico di consigliere regionale”, si capisce come il potere del presidente della giunta sugli assessori e sui consiglieri può assumere anche forme di controllo ricattatorio del loro operato.
È per questa ragione che siamo contrari all’elezione diretta del presidente della giunta regionale e favorevoli invece che essa avvenga ad opera del consiglio regionale, che approvi anche con mozione di fiducia la giunta scelta dal presidente. Questo consentirebbe un riequilibrio tra l’organo esecutivo e quello legislativo della regione, dando a quest’ultimo anche un’importante funzione di controllo.

Una legge elettorale di tipo proporzionale che immagini la possibilità di due preferenze con un premio di maggioranza per la coalizione che superi il 40% dei consensi, ma che preveda un numero di consiglieri aggiunti per la maggioranza non dai fantomatici “listini”, ma nell’entrata in consiglio dei primi non eletti, può essere un modo di garantire contestualmente la governabilità ed una democrazia partecipativa con una rappresentanza per tutti i gruppi organizzati. Se a questo aggiungiamo l’introduzione dell’istituto della cosiddetta sfiducia costruttiva, garantiamo la cosiddetta governabilità, ma anche una validazione dell’esecutivo da parte del consiglio.

Per una piccola regione come il Molise è auspicabile ridurre a venticinque il numero dei consiglieri regionali ed a sei quello degli assessori, scelti questi ultimi tra i consiglieri, ridimensionando con legge ordinaria le loro indennità ancora del tutto scandalose; in tale logica ci sembra davvero fuori luogo la nomina di un sottosegretario, così come previsto dall’art. 32 comma 3, perché le funzioni ad esso attribuite possono essere esercitate direttamente dal presidente della giunta.
Si parla tanto di risparmio nella spesa pubblica e queste determinazioni ci sembra possano favorirla.

Un’altra risoluzione, che nella bozza attuale dello Statuto non c’è e che invece a noi sembra importantissima per un ricambio generazionale e per evitare logiche di attaccamento al potere, è la previsione del limite di mandato non solo per il presidente della giunta, ma anche per gli assessori e per gli stessi consiglieri regionali. A noi pare che due mandati siano sufficienti a garantire continuità operativa e contestualmente un ricambio salutare.

Inconcepibile ancora ed addirittura scandaloso risulta il comma 3 dell’art. 20 laddove si stabilisce che “ i consiglieri che non intendono far parte del gruppo a cui hanno precedentemente aderito possono entrare a far parte di altri gruppi che ne siano consenzienti ”. Questa non è la garanzia di un’elezione senza vincolo di mandato, ma la legittimazione del trasformismo assurto a pratica politica!

Il comma 2 dell’art. 51 prevede che “L’amministrazione può ricorrere a consulenze e collaborazioni al di fuori del vincolo di subordinazione in via temporanea e con stretta finalizzazione agli obiettivi, nei casi in cui non disponga di personale adeguato o sufficiente.” Siamo certi che tale possibilità di assunzione può generare mancanza di equità, di trasparenza e rischi di clientelismo; pertanto crediamo che si debba pensare a criteri di assunzione rigorosi e sempre cristallini con sistemi concorsuali.
La richiesta di diecimila elettori per l’istituto del referendum abrogativo ci sembra eccessiva. A noi pare che cinquemila sia il numero giusto per rendere effettivo tale strumento di partecipazione.

Positiva ci appare la volontà della valorizzazione delle autonomie locali prevista nell’art. 6 e del diritto di petizione nell’art. 10, come condividiamo l’istituzione del Comitato per la legislazione, del Comitato di controllo contabile, del Consiglio delle autonomie locali, della Commissione per le parità e le pari opportunità tra uomo e donna, del difensore civico e della Consulta Statutaria.
Sono organi di garanzia e controllo dell’operato della Regione, ma anche strumenti di collegamento tra elettori ed eletti; la condizione tuttavia è quella di renderli autonomi sul piano economico, gestionale ed operativo e mai dipendenti dall’esecutivo. In tale ottica bisogna valorizzare l’autonomia decisionale di tutti gli enti locali senza accentrare ancora i poteri a livello regionale come purtroppo ancora avviene.

Nello Statuto della regione Molise risulta carente l’articolazione della democrazia partecipativa che, pur richiamata in più riprese in diversi articoli e commi, si presenta in una dimensione decisamente inattuale sul ruolo dei cittadini, delle organizzazioni sociali e dell’associazionismo di terzo settore nella società del nostro tempo.
Alcuno spazio concreto ad essi è accordato in termini di interlocuzione attiva e costruttiva nei riguardi degli organi regionali sul piano della programmazione, progettazione e verifica.
Nella maggior parte degli statuti regionali tale dimensione, nel tempo, ha assunto una portata di rilevante peso anche a seguito della legislazione più recente ( a partire dalla L. 328/2000) e dalle ipotesi di aggiornamento tuttora avviate (riforma del cap. I del Codice Civile). In questi passaggi normativi ha acquisito uno spazio molto più ampio la questione della partecipazione attiva della cittadinanza alla vita politica che, a partire dagli ambiti regionali e territoriali di riferimento, viene esplicitata e regolamentata attraverso strumenti e modalità che sono inseriti negli statuti regionali come nelle prassi delle istituzioni che si articolano dal livello nazionale a quello locale. Il tutto sulla base del principio di sussidiarietà che spesso viene richiamato ma che non sempre trova una corretta applicazione.
Allora occorre colmare questa carenza di non poco rilievo all’interno dello statuto della regione Molise per recuperare il coinvolgimento diretto della cittadinanza intera, dai singoli cittadini alle organizzazioni sociali e associazionismo di terzo settore, che è venuta a mancare nel corso di
una lunga stagione di aggiornamento della Carta della regione Molise.

Abbiamo studiato attentamente tutti i numerosi emendamenti allo Statuto presentati dai consiglieri regionali.
La richiesta di un’elezione del presidente della giunta da parte del consiglio è trasversale agli schieramenti di maggioranza ed opposizione e viene ad esempio dai consiglieri Niro, Chieffo, De Matteis, Chierchia, Pangia, Natalini, Bonomolo.
Ci sembra utile ancora l’istanza di Michelangelo Bonomolo dell’istituzione delle Commissioni speciali e di inchiesta e quella dello stesso Bonomolo e di Tony Incollingo per la nascita di un Consiglio regionale dell’economia e del lavoro.

Lo sbocco operativo di questo nostro lavoro di riflessione, di analisi e di proposta può essere quello della costituzione di un gruppo di studio allargato sullo Statuto regionale da insediare a breve e/o l’organizzazione di un incontro pubblico sullo stesso tema da tenere nel capoluogo regionale con la partecipazione dei consiglieri regionali che lo vogliano ed ovviamente dei cittadini interessati.

Le vostre considerazioni in merito e le eventuali firme di adesione al documento possono essere inviate intanto ai seguenti indirizzi di posta elettronica:

umbbera@tin.it

bar.novelli@micso.net

f.santagata@inwind.it

FIRME

Maria Concetta Barone
Umberto Berardo
Antonio Di Lallo
Domenico Di Lisa
Giovanni Iannantuono
Franco Novelli
Anna Pastoressa
Franco Santagata
Gianni Spallone
Aldo Spedalieri

caritas ITAlle numerose emergenze che si succedono in tanti Paesi, in questi giorni attraverso le televisioni entrano nelle nostre case le immagini terribili e drammatiche del terremoto e del tifone Ketsana che hanno portato dolore, morte e distruzione in territori di Filippine, Vietnam, Cambogia, Laos e delle isole Samoa e Tonga.

Paesi già segnati dalla miseria sono stati messi in ginocchio rendendo la vita ancora più faticosa. Le famiglie hanno perso quel poco che avevano ed ora sono senza un tetto, senza cibo, acqua e vestiti. Molte le vittime ed i feriti; alto è anche il rischio di infezioni ed epidemie.

Il responsabile di Caritas Samoa Peter Bendinelli ha dichiarato a Caritas Italiana

Siamo arrivati con i primi soccorsi entro 5-6 ore dallo tsunami ed abbiamo constatato un livello di devastazione davvero altissimo. I nostri camion partono carichi di cibo, acqua e vestiti, per tornare stipati di persone che hanno perso le loro case, malati e feriti

Il direttore di Karina-Caritas Indonesia, Fr. Sigit Pramudji

Ci sono ancora molte persone intrappolate sotto le macerie. Una delle nostre maggiori preoccupazioni è che vi sono soltanto tre ospedali, due dei quali sono stati seriamente danneggiati dal sisma. Altre difficoltà derivano dal problematico accesso alla zona di Padan e dalle comunicazioni ancora intermittenti.

La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha stanziato un milione di euro per queste emergenze e la Caritas Italiana invita alla preghiera ed all’impegno solidale per sostenere le iniziative intese a portare, in questo momento, conforto e generi di prima necessità alle popolazione colpite dal terremoto e dal tifone e nel futuro a ricostruire i paesi distrutti per dare a tutti la dignità di una vita serena. A queste emergenze che hanno colpito Paesi lontani segnati dalle miserie si aggiunge il nubifragio e le frane che hanno flagellato la Sicilia orientale causando morti, dispersi e feriti. Le colate di fango hanno invaso strade, case e centri abitati.

La Caritas Italiana scrive:

Negli anni scorsi fenomeni simili si erano già verificati a causa del dissesto idrogeologico della zona, ma questa volta i crolli sono stati più violenti e le frane hanno coinvolto i villaggi montani

A don Gaetano Tripodo, direttore della Caritas di Messina abbiamo inviato il seguente messaggio

A titolo personale e a nome dei direttori delle Caritas diocesane dell’Abruzzo e del Molise esprimo il più profondo e commosso dolore per il drammatico evento che ha colpito la popolazione dei paesi distrutti dal nubifragio e dalle frane. Mentre nella preghiera affidiamo al Signore le vittime, esprimiamo la vicinanza alla Chiesa di Messina e la disponibilità a sostenere le iniziative di aiuto alle famiglie colpite.

Sac. Alberto Conti
Direttore caritas Trivento


PER SOSTENERE GLI INTERVENTI SI POSSONO INVIARE OFFERTE A CARITAS TRIVENTO TRAMITE:

C/C Postale: 10431864 – Carichieti – Ag. Schiavi D’Abruzzo IBAN: IT27 H060 5077 880C C063 0015 124

SPECIFICANDO NELLA CAUSALE:

Emergenze Filippine, Samoa e Sumatra 09” o “Emergenza Messina 09

Gl’Italiani, come d’altronde altre popolazioni, stanno pagando un prezzo molto alto nelle loro missioni militari all’estero. In particolare gli episodi di Nassiriya e quello più recente di Kabul hanno davvero colpito l’attenzione dell’opinione pubblica nel nostro Paese e fiumi d’inchiostro hanno costruito moltissime pagine, divise in gran parte tra ricostruzione degli eventi, interviste e commenti. L’indignazione per i morti nelle stragi, unita spesso a tanta retorica di circostanza, ha attraversato i mass-media in lungo ed in largo e tanti si sono affrettati a costruire santuari di un eroismo troppo generico.

Dopo il tempo del dolore per i morti, però, non possiamo abbandonarci a forme di emotività ondivaga e ci dev’essere inevitabilmente il momento in cui si fa strada la necessità di adeguate considerazioni politiche nel senso alto del termine. Al di là di quanto finora è stato scritto sull’argomento, proviamo, dunque, ad esplicitare talune considerazioni che hanno attraversato la nostra riflessione in merito.
Anzitutto è davvero inaccettabile che lo sdegno per le stragi possa prendere un popolo prevalentemente quando è colpito direttamente e mai allo stesso modo quando i massacri interessano soprattutto popoli diseredati.
Lo stesso giorno dell’eccidio dei sei Italiani a Kabul sono stati uccisi molti civili afgani ed a Mogadiscio un attentato ha ammazzato undici persone; eppure di questi altri morti si è appena accennato, come se si potesse fare distinzione tra le persone assassinate e non ricordarle allo stesso modo nel cordoglio.

Grande retorica, come dicevamo, sull’eroismo dei nostri ragazzi nelle spedizioni militari e sulla loro volontà di prendervi parte mettendo in conto anche il sacrificio della vita. Abbiamo enorme rispetto per le scelte esistenziali di ognuno, ma, ahimè, siamo anche persuasi che esse spesso sono dettate da condizioni esterne ed a volte estranee alla volontà della persona. Possibile, allora, che nessuno voglia far riflettere sul fatto che la quasi totalità dei soldati italiani caduti sia proveniente dal Meridione e da classi sociali deboli e che forse la scelta della missione militare all’estero possa essere stata dettata da ragioni di necessità economiche, come appare evidente anche da talune dichiarazioni dei parenti? Al di là delle posizioni personali sul tema dell’uso della forza nella soluzione dei conflitti, ci stiamo interrogando sulla validità delle modalità delle strategie militari nelle missioni che il nostro esercito conduce nei teatri di guerra? Qualcuno si è mai chiesto quali siano i meccanismi psicologici che entrano in gioco nelle scelte dei giovani militari rispetto alle missioni decise dai governi e dagli organismi internazionali? Perché questi ragazzi non dovrebbero poter esercitare il diritto di obiezione di coscienza se non condividono alcune azioni rispetto al dovere dell’obbedienza militare e quando in parlamento si riuscirà ad avanzare una proposta di legge al riguardo?

Come potete vedere non ci occupiamo del falso dilemma relativo al fatto che la presenza degl’Italiani in Afghanistan possa rientrare nella missione chiamata “Enduring Freedom” oppure nell’altra denominata “Peace Keeping”.
L’Italia è comunque in un teatro di guerra ed in una missione nella quale le cosiddette regole d’ingaggio sono determinate dalla Nato e la loro funzione è quella di contrasto e di attacco al terrorismo.

Episodi come quelli di cui ci stiamo occupando dovrebbero indurci a ragionare su quali siano le strategie non violente più valide per eliminare la barbarie del terrorismo e la guerra dalla civiltà umana ed invece da autorevoli fonti ministeriali e dai vertici militari continuiamo a sentir parlare della necessità di un uso controllato della violenza per l’ispezione del territorio e per il ristabilimento delle condizioni di una convivenza pacifica tra le fazioni in lotta nei paesi con conflitti locali. Come si vede sono opinioni che testimoniano come la violenza dell’azione militare è ritenuta condizione essenziale ed indispensabile per la soluzione del conflitto sociale e civile.

C’è poi da interrogarsi sul perché le stesse organizzazioni internazionali si inseriscano in taluni teatri di guerra ed abbandonino a sé stessi altri. Le tante guerre avutesi nel corso della storia evidentemente non hanno insegnato nulla alla politica che continua a tener fuori della sua agenda qualsiasi forma di educazione non violenta e di soluzione pacifica delle contese. Forse c’è da prendere atto molto più semplicemente che la capacità di affrontare razionalmente le questioni aperte nello scenario locale, nazionale ed internazionale è nelle menti di soggetti che non riescono a vedere il mondo in un’ottica di pacificazione definitiva e nulla fanno al riguardo.

D’altronde cosa c’è da aspettarsi ad esempio in Italia da un governo che, come sosteneva don Milani, emana disposizioni per arrogarsi “il diritto di dividere il mondo in Italiani e stranieri” e prima parla di respingimenti verso gl’immigrati e poi li pratica come se non si trattasse di azioni violente ed inique contro esseri umani che fuggono dai pericoli e dai bisogni e chiedono aiuto anche agl’Italiani come questi lo hanno domandato ad altri in passato?
Abbiamo tutti la necessità di indirizzare la politica verso la non violenza e la pace e di dissociarci da leggi e soggetti politici che anche in regimi sedicenti democratici praticano le azioni di forza presentandole ancora come una necessità in tantissime circostanze.

Per tornare all’Afghanistan dal quale siamo partiti, dobbiamo anzitutto prendere atto degli errori politici commessi in passato, quando, estromessi dal potere i Taliban, abbiamo dato il controllo di quel Paese a guerriglieri altrettanto rozzi e corrotti come i Mujahiddin e capire che le tecniche di azione non violenta del conflitto locale per noi occidentali si chiamano aiuti per lo sviluppo della cultura, per il sostegno all’economia e per la creazione di strutture di vita democratica senza il tentativo di imporre ad altri il nostro modo di pensare e di vivere.

Il popolo pacifista, un tempo così attivo ed oggi troppo silente, può fare molto in merito se solo, ad esempio, è capace di mettere in movimento nelle direzioni da noi indicate il mondo del volontariato. Una volta la riflessione su tali questioni, come è accaduto ad esempio per la guerra in Vietnam, riempiva le piazze. Speriamo di sbagliarci, ma oggi osserviamo una sorta di pesante assuefazione rispetto a scelte politiche certamente non condivisibili e sulle quali si dovrebbe tornare ad operare per il cambiamento con una forte ed attiva partecipazione di base.

Un autunno caldo

In un documento del 27 aprile elaborato da un gruppo d’intellettuali ed amministratori regionali dal titolo “E tu a quali servizi culturali pensi per il territorio in cui vivi?” si è cercato di porre in essere un tentativo di elaborazione programmatica per un sistema scolastico alternativo a quello proposto dal ministro Gelmini.

Tale studio, pubblicato integralmente dalla rivista “il Ponte” e dal sito www.diocesitrivento.it ed al quale vi rimandiamo per un’analisi di confronto, è stato fin qui firmato da più di centocinquanta persone e cerca di delineare un’ipotesi di servizi scolastici funzionali ai bisogni ed alle necessità culturali non solo della regione Molise, ma anche dell’intero Paese.

Crediamo sia convinzione comune che il governo stia cercando di ridimensionare in maniera pesante l’offerta formativa sul piano dell’istruzione nel sistema pubblico, dimenticando che uno Stato senza una seria ricerca culturale ed una forte innovazione scientifico-tecnologica non può avere uno sviluppo accettabile ed una qualità della vita soddisfacente.

riforma_scuolaLa scuola ha grandi problemi da risolvere che vanno da quelli relativi alla sicurezza degli edifici, alla organizzazione strutturale del sistema, alla modulazione del tempo di apprendimento fino alla formulazione dei piani di studio, all’utilizzo ed alla riqualificazione del personale. Dovremmo, come si sostiene nel documento sopra citato, convincerci della necessità di un potenziamento dei servizi culturali puntando sulla realizzazione dell’educazione permanente.

Nel Molise abbiamo come la sensazione a pelle che rispetto al tema di cui ci stiamo occupando ci sia nei più una sorta di assuefazione ad un sistema di mediocrità dei servizi scolastici; chi poi si mobilita per rivendicare diritti spesso lo fa in maniera settoriale ed allora ecco i comitati per le scuole sicure o i coordinamenti per la garanzia del lavoro ai precari; esistono perfino amministratori e capi d’istituto che si muovono in una sorta di mercato delle iscrizioni pensando di difendere classi di un plesso scolastico a danno di altri. Sovente siamo davanti a scelte amministrative che mettono in conflitto genitori e responsabili della Res Pubblica.

In taluni modi di pensare e di agire francamente ci pare di riscontrare ancora una forma di individualismo pericoloso a livello personale o di categorie sociali.

Nel caso specifico siamo convinti che i problemi della scuola sul piano sistemico e territoriale vadano affrontati nella loro complessità e totalità con una serie di azioni di lotta di rivendicazione di diritti in un forte movimento solidale tra personale di ruolo e precario, genitori, studenti, amministratori, organizzazioni sociali e forze politiche.

L’anno scolastico si sta per aprire in mezzo a mille difficoltà e con un forte arretramento qualitativo nel diritto allo studio ed ancora non vediamo l’organizzazione di un’azione comune per rivendicare non un anno in più di lavoro per i precari o l’allungamento provvisorio di certe forme di contratto, ma una qualità alta dei servizi formativi per tutte le fasce di età e la garanzia del lavoro sicuro per tutti.

Questi obiettivi sono passaggi fondamentali lungo il cammino verso l’equità sociale che ormai sembra quasi una chimera per una politica sempre più indirizzata verso interessi personali.

Il balletto indecoroso negli accordi Stato-Regioni degli ultimi giorni è la testimonianza chiara di come i problemi della scuola non si vogliono risolvere nella loro radicalità, ma solo con toppe provvisorie capaci di buttare cenere negli occhi ad un’opinione pubblica spesso scarsamente informata e di conseguenza poco partecipe ed attiva.
Mons. Giancarlo Brigantini in un suo recente comunicato sul tema della scuola ha invitato tutti a lavorare in modo sinergico per approntare un serio piano regionale sul sistema scolastico, ma, come dicevamo, finora né l’assessorato regionale alla cultura, né l’Università del Molise, né le forze politiche presenti sul territorio hanno presentato almeno un progetto di massima sul futuro del sistema scolastico in regione.

Non siamo catastrofici se diciamo che la scuola ha un domani molto grigio o addirittura nero. Che l’autunno allora sia veramente caldo non per fare sterili proteste, ma per operare seriamente e pragmaticamente per il bene culturale dei nostri figli e nipoti che sono la speranza per un futuro migliore al quale tenacemente dobbiamo sentirci orientati.

I primi 100 giorni

Amor Sacro e Amor profano

Venerdì 28 agosto nel cortile del Palazzo Vescovile di Trivento alle 20.30 si terrà il concerto “Amor sacro e Amor profano”.

Locandina

L’evento avrà come protagonisti il soprano Fabiana Crisman e un giovane trio da camera composto da Matteo Iannaccio, Sara Santorelli e Flavia Civico.

I musicisti eseguiranno il programma in due tempi alternandosi in varie formazioni. Una voce narrante favorirà la comprensione delle esecuzioni attraverso una guida all’ascolto e condurrà il pubblico alla scoperta di una significativa parte del repertorio musicale sacro e profano nel periodo fra il XVII e il XX secolo: da Bach a Pergolesi, passando per Mozart fino ad arrivare al melodramma ottocentesco con alcuni estratti dalle opere più celebri di Puccini.

La serata, ad ingresso libero, è promossa dalla Pro-Loco di Trivento ed è uno degli appuntamenti più attesi dell’estate 2009.

Programma

Per ulteriori informazioni:

Associazione Turistica Pro Loco di Trivento
Telefono: 0874/1865567  – 3202645403 – 3288743156
Email: info@prolocotrivento.it

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